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venerdì 8 ottobre 2010

Frane e dissesti, ecco perché siamo a rischio

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Franco Ortolani*, Peppe Caridi**
COMMENTI. Sicilia, Campania e Liguria sono solo le ultime regioni in cui si sono verificati eventi atmosferici eccezionali la cui ricaduta sul territorio ha causato danni e vittime. E il sistema di protezione civile ancora non è efficace.

Il primo ottobre dello scorso anno gli eventi franosi catastrofici del messinese jonico misero in evidenza la fragilità degli insediamenti costieri della Sicilia. Il 10 novembre 2009 a Casamicciola e il 9 settembre 2010 ad Atrani, in Campania, la natura ha messo in crisi anche due rinomati “paradisi” delle vacanze d’elite. Pochissimi giorni fa (il 4 ottobre) sono state colpite e gravemente danneggiate di nuovo le aree densamente urbanizzate della costa ligure. Una quarantina le vittime, complessivamente causate dagli eventi catastrofici citati. Ci si chiede: Come mai? Non siamo sicuri? Non siamo protetti da queste alluvioni lampo? Gli eventi piovosi che hanno causato i disastri dal sud al nord dell’Italia sono tipici per la breve durata e la grande quantità d’acqua riversata sulla superficie del suolo investendo aree di limitata estensione, variabile da qualche decina a un centinaio di chilometri quadrati.

I temporali, come illustrano le immagini radar, si sono alimentati in continuazione dall’energia marina e dalla convergenza di fronti e correnti lungo le coste. Si tratta di celle temporalesche autorigeneranti che si attivano rapidamente nei periodi di transizione delle stagioni e colpiscono prevalentemente le aree costiere caratterizzate da barriere morfologiche che si elevano ripidamente dal livello marino fino ad oltre 1000 metri di altezza, come sono tipicamente costituite le coste mediterranee. Per quanto riguarda le alluvioni-lampo, si tratta dei micidiali sistemi temporaleschi a mesoscala (MCS, Mesoscale Convective System) che negli ultimi 60 anni, in Italia, hanno provocato circa 500 vittime e danni immensi al patrimonio abitativo e alle infrastrutture. La loro pericolosità è nota da sempre, e l’Italia è un Paese per natura molto esposto a questo tipo di fenomeni: per questo motivo il sistema di protezione civile dovrebbe essere organizzato per tutelare la vita dei cittadini, ma purtroppo non è così. Dal punto di vista delle previsioni meteo, non esistono ancora le tecnologie che ci consentano di prevedere esattamente dove questi fenomeni (che sono molto localizzati in un’area ristretta del territorio) colpiranno.

Dopotutto i meteorologi puntualmente lanciano avvisi e allerte legate alle più ampie zone all’interno delle quali è possibile che si verifichino episodi così violenti. Gli eventi catastrofici ricordati hanno drammaticamente evidenziato che i territori interessati sono stati colpiti all’improvviso cogliendo impreparati cittadini e istituzioni. è evidente che si deve colmare questa lacuna che interessa soprattutto la sicurezza dei cittadini. Dopo il disastro del messinese mettemmo a punto delle linee guida per dotare il territorio di un adeguato sistema di protezione civile per limitare i danni causati dalle violente piogge. Prima di tutto bisogna identificare le aree potenzialmente soggette ai fenomeni estremi. Poi bisogna pensare ai moderni radar meteo che consentono di individuare le perturbazioni sopraggiungenti che possono alimentare alluvioni-lampo, insieme ad altre adeguate strumentazioni che consentono di monitorare le variazioni di pressione atmosferica, di vento e intensità della pioggia che solitamente caratterizzano i più violenti temporali.

Anche l’osservazione diretta di occhi “educati” a riconoscere i fenomeni atmosferici contribuisce all’individuazione del fenomeno. La sicurezza che un’area sia investita dalle intense e pericolose piogge viene fornita dall’osservazione della curva pluviometrica in tempo reale. Dal momento che l’area investita dal fenomeno può essere di limitata vastità, è necessaria una maglia fittissima di stazioni meteorologiche. La contemporanea registrazione dei parametri meteo in siti contigui fornisce l’indicazione dell’area che è interessata fin dall’inizio dell’evento. Dopo pochi minuti si ha la quasi certa sicurezza che l’evento possa degenerare fino a diventare “alluvionale” e potenzialmente catastrofico come quello del genovese dei gironi scorsi.

Le ricerche eseguite negli ultimi anni nelle zone devastate dalle numerose alluvioni lampo, dimostrano che dall’inizio della pioggia fino all’innesco di frane, piene e dissesti vari passano dai 15 ai 120 minuti: un lasso di tempo fondamentale per salvaguardare le vite umane. Va detto chiaramente che eventi piovosi talmente tanto violenti quelli di Messina (300mm in meno di tre ore) e Genova (400mm in pochissimo tempo) causano ripercussioni sul territorio, in tutto il mondo, ovunque essi si verifichino. In queste occasioni la natura manifesta la propria potenza e si riappropria degli spazi necessari per smaltire i flussi eccezionali secondo le leggi che governano i fenomeni naturali a cui appartengono anche gli eventi eccezionali. è evidente che l’uomo avrebbe dovuto tenere conto degli spazi che sono periodicamente “reclamati” dai fenomeni naturali. Purtroppo le leggi fatte dall’uomo hanno sempre la presunzione che la natura debba sottostare alla potenza dell’uomo. Le aree sono state urbanizzate molto spesso fino al contatto con gli alvei fluviali e torrentizi; molto spesso quest’ultimi sono stati ricoperti (come ad Atrani, a Casamicciola e nel messinese) e trasformati in strade.

Oltre a quello edilizio, purtroppo dobbiamo fare i conti con un diffusissimo “abusivismo ambientale”, realizzato anche nel rispetto degli strumenti urbanistici, connesso alla urbanizzazione di aree che avrebbero dovuto sottostare alle leggi della natura ed essere lasciate libere a disposizione degli eventi eccezionali. In territori costieri come il messinese, la penisola amalfitana, la costa calabra, la costa ligure e molte altre zone d’Italia soggette ciclicamente a frane e alluvioni, vivono milioni di abitanti: sono aree densamente urbanizzate anche allo sbocco dei corsi d’acqua alle pendici dei rilievi più ripidi e idrogeologicamente instabili. Non è possibile reperire le risorse finanziarie per la loro messa in sicurezza strutturale. Se si vogliono evitare nuove vittime si deve puntare sui moderni sistemi di previsione e prevenzione meteorologica, proprio incentivando la diffusione di radar e stazioni meteorologiche e nuovi sistemi di allertamento: è l’unica via per battere sul tempo la furia della natura, ovviamente senza poter pretendere di stopparla, ma riuscendo almeno a mettere in salvo la popolazione.


*Ordinario di Geologia e Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio, Università di Napoli Federico II


**Direttore www.meteoweb.it - Giornale online di meteorologia


Ecco il link originale :

http://www.terranews.it/news/2010/10/frane-e-dissesti-ecco-perche-siamo-rischio

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A.D. 2009, 21 Ottobre.
Siamo a quasi 2 anni dal cambiamento di redini, gli asini sono rimasti, oltre a qualche rattoppo, non si vede nulla !
Neanche i soldi per quache maschera antigas, viste le fughe permanenti della rete fognaria.
Si propaga fumo (gemellaggio), si sponsorizzano (sciala popolo),
si promette, non si mantiene, aria calda, non solo di scirocco.
Quanto hanno promesso ! Le "linee programmatiche" sono e rimarranno ben visibili qui sotto, fatevi un' idea autonoma.

A.D. 2010, 9 Aprile.
Gemellaggio, come se tutto dipendesse da questo "atto".
Spargono fumo fasullo, perché di arrosto non si vede nanche l' ombra.
Tutto viene lasciato all' abbandono, invece di alzare i deretani ed andare a cercare finanziamenti, se ne stanno a piangere "curcio" e a comunicare al "popolo bue" il solito ritornello: Non abbiamo soldi !

Buona fortuna !
Poveri disgraziati condannati a rimanere chiusi nel guscio della "perla dell' Jonio".....perché la perla se la sono giá fregata da tempo.